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- Quale
barriera esiste tra servizi di traduzione e copywriting?
- Il
traduttore moderno sa fare dell'adattamento stilistico?
Riflessioni
sulle esigenze e competenze dei traduttori professionali
Premetto che da ormai dieci anni
mi occupo di traduzioni sia come traduttore, ma soprattutto come coordinatrice
di progetti di traduzione per società, enti organizzazioni nazionali e
internazionali.
Nel corso degli anni e di innumerevoli progetti linguistici realizzati e gestiti
mi sono resa conto come possa a volte notevolmente divergere la richiesta del
cliente rispetto a quanto gran parte dei traduttori intendono fornire con i loro
servizi.
Mi spiego meglio: ogni qualvolta mi viene sollecitato un allargamento dello
staff di traduttori, tra la cerchia di proposte ricevute seleziono quelle che
reputo adeguate per entrare a far parte del nostro team. Richiedo delle
credenziali professionali, le verifico direttamente e solo allora invio agli
aspiranti una prova di traduzione secondo i differenti settori di
specializzazione. Dopo aver ricevuto il testo tradotto (che deve essere inviato
al massimo entro 24 ore, per evitare interventi effettuati da mani estranee da
quelle dell’autore), controllo il testo tramite il nostro collegio di
traduttori, assegnando una valutazione secondo la qualità espressa.
Questa è la parte iniziale della metodologia di reclutamento, che prosegue nei
progetti successivi con la verifica delle traduzioni prima del loro invio
definitivo al cliente. Ed ora arrivo al punto: avviene, infatti, sovente che in
un “vero progetto” il nuovo collaboratore possa deludere e questo per quale
ragione e soprattutto in quali tipi di traduzioni?
Le traduzioni sono quelle dal linguaggio marketing e commerciale, di qualsiasi
settore, sia esso informatico, tecnico, finanziario, turistico e culturale.
Quando si tratta di interpretare, riformulare e adattare stilisticamente dei
concetti da una lingua straniera verso la propria, buona parte dei traduttori si
trova in netta difficoltà, traduce letteralmente, rifugiandosi nell’alibi di
aver tradotto fedelmente un testo e di aver così soddisfatto il principio stesso
della traduzione. Questo avviene specialmente con i traduttori che hanno fatto
studi universitari specifici in questa disciplina e raramente con traduttori che
hanno appreso altre lingue tramite canali diversi rispetto alle Lauree in Lingue
o affini.
E questo perché?
A mio parere, parte di questa tendenza deriva dall'impostazione accademica. I
docenti di questa disciplina formano troppo rigidamente lo studente
nell’esercizio dell’attività linguistica non preparandoli alle vere richieste
provenienti dal mondo del lavoro. La traduzione, al contrario, è un’attività
libera e creativa, simile all’interpretazione: non è una trasposizione a
‘specchio’ (che nella maggior parte dei casi da luogo a frasi senza senso), ma
la trasmissione fedele di un messaggio, recepito in una lingua e reso
accuratamente in un'altra. Lo studente in lingue, dopo aver ottenuto il meritato
diploma, vede la traduzione come l’esatta e coincidente trascrizione di una
sequenza di termini da una lingua all’altra. Per lui la traduzione corretta,
sebbene ‘perfettibile’, non contiene errori di interpretazioni terminologica,
nonostante nel suo insieme sia a tratti non comprensibile e non possieda alcuna
efficacia comunicativa. Non c’è spazio all’elaborazione personale, allo spirito
critico legato alla sensibilità linguistica di un madrelingua che deve, per
ragioni di comunicazione e stile, modificare alcuni termini o addirittura
capovolgere la struttura di una frase. A tale proposito, di recente mi è
capitato di rileggere una traduzione che sebbene di un autore promettente, non
era affatto all'altezza delle aspettative e quindi inutilizzabile ai fini
commerciali. L’ho riletta, corretta, riformulando alcune frasi e rimandandola al
traduttore per conoscenza; la persona mi ha risposto che gli era stata richiesta
una traduzione e non servizio di copywriting.
Ebbene, la realtà è che la traduzione nel mondo del lavoro, per essere reputata
valida implica un’operazione di ottimizzazione linguistica, una sorta di
copy-editing-adattamento dei testi; non ci si può fermare alla semplice
identificazione del significato di singoli termini da una lingua a un’altra,
mantenendo identica la struttura sintattica. Non è questo che si attendono i
clienti, che ricevendo traduzioni di quel livello reagiscono con frasi del tipo:
“la traduzione è troppo letterale, è ‘parola per parola’ (mot à mot), eseguita
senza rispettare il senso della lingua di destinazione... non è dunque
utilizzabile per gli scopi prefissati, ecc. ecc..”
Qual è dunque la frontiera tra traduzione e copywriting? Come è possibile
mediare tra i due? I traduttori esperti e che hanno avuto delle esperienze
lavorative al di fuori della traduzione tout cour la conoscono e sanno come
operare. Con loro non ci sono equivoci di sorta. I testi tradotti sono
soddisfacenti e facilmente perfezionabili. Si tratta unicamente di alcune brevi
correzioni che sovente sono eseguite solamente su documenti stampabili a larga
diffusione come brochure, pubblicazioni e altri documenti commerciali. Ma con le
nuove leve come agire senza essere fraintesi?
Per realizzare una buona traduzione si esige: 1) chiarezza 2) coerenza e come
diceva un vecchio esperto in comunicazione che ho incontrato anni fa e a cui
devo una sorta di ‘illuminazione’ nell’esercizio del mio mestiere: “bisogna
scrivere in modo scorrevole, il segreto è mai far ritornare il rilettore sul
testo di origine, insospettendolo con una frase poco chiara e mal formulata…
scrivere bene insomma, questa è la vera ricetta!”
Grazie per questo suggerimento che a mio parere è la chiave per una buona
traduzione.
Elisabetta Bertinotti
>> Versione francese dell'articolo
pubblicato sul sito dell'agenzia
di traduzioni Traduzione-IN
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